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Arbitraggio sui motori di ricerca: che roba è?

(13/12/2006) Le manovre di alcuni webmaster per massimizzare i profitti delle inserzioni pubblicate tramite terzi lasciano gli utenti in un mare di pubblicità senza coordinate.

Il contextual advertising funziona così: un gestore di siti web (publisher) inserisce nelle sue pagine la pubblicità degli inserzionisti dei motori di ricerca (il servizio di contextual advertising di Google si chiama AdSense). Ogni volta che uno di questi spazi pubblicitari viene cliccato, il publisher riceve una percentuale di quello che incassa il motore di ricerca dall'inserzionista. Uno dei modi (a volte l'unico) utilizzato dai publisher per sviluppare visite, è quello di acquistare click utilizzando gli stessi i motori di ricerca.

L'accorgimento è quello di pagare questi click un po' meno di quanto si ricaverà dagli importi che deriveranno dal contextual advertising ospitato sulle proprie pagine. Probabilmente è capitato a tutti di selezionare un box pubblicitario su Google e finire su una pagina che in realtà è una mera raccolta di altri link sponsorizzati. Ok, quella pagina è tipicamente parte di un sito affiliato a Google, Yahoo!, o a qualche altro network, di cui riprende una serie di investitori pubblicitari.

Attenzione, non è un fenomeno da poco: sono migliaia i siti che operano in questo modo (molti anche in Italia) e c'è anche chi attraverso questo meccanismo guadagna milioni di dollari come segnala l'articolo di Forbes, su cui si sofferma anche Andy Beal. L'arbitraggio è comunque una pratica lecita, applicata peraltro in molti altri settori economici. Tuttavia, l'uso che se ne fa sui motori di ricerca penalizza sensibilmente, a mio modo di vedere, l'esperienza di navigazione.

A volte, facendo ricerche su keyword competitive, è quasi impossibile arrivare ad un sito finale se non passando per questa specie di "filtri pubblicitari". Questi siti affiliati inoltre, non sempre indicano chiaramente che i link che propongono sono pubblicità pagata. Così come è piuttosto evidente il cointeresse dei motori di ricerca a stimolare questo meccanismo perché, di fatto, moltiplicano i loro introiti pubblicitari prendendo sia i denari dei publisher che degli inserzionisti ospitati sui siti dei publisher stessi... Continua su http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1806238&r=PI

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